Quando l’economia dimentica le persone, il sistema smette di reggere

C'è una costante che torna, con impressionante regolarità, nei saggi che arrivano sul tavolo di una casa editrice indipendente: la sensazione che qualcosa, nel modo in cui leggiamo l'economia e la società, non stia più in equilibrio.
Non parliamo di ideologie, ma di conseguenze concrete.
Tagli, disuguaglianze, tensioni sociali, perdita di fiducia.
E soprattutto: la percezione diffusa che le decisioni vengano prese come se la vita reale fosse una variabile secondaria.
È dentro questo spazio che si colloca ''La Teoria del Giusto Livello'' edito dal Gruppo Editoriale WritersEditor. Un saggio che non prova a "spiegare meglio" i modelli economici esistenti, ma fa qualcosa di più scomodo: mette in discussione ciò che quei modelli hanno scelto di ignorare
Il punto critico: quando l'equilibrio è solo matematico
Uno degli aspetti che più colpiscono, leggendo questo testo, è l'attacco frontale a un'idea diventata quasi intoccabile: l'equilibrio come risultato sufficiente.
L'assunto è noto: se ogni attore razionale massimizza il proprio vantaggio, il sistema troverà un punto di stabilità.
Ma la domanda che gli autori pongono è brutalmente semplice:
stabile per chi?
Nel ragionamento classico, chi non prende decisioni resta fuori dall'equazione.
Eppure ne subisce gli effetti ogni giorno.
Il saggio li chiama "attori passivi": cittadini, famiglie, classi sociali che non decidono, ma reagiscono.
E qui entra in gioco un concetto editoriale che, per noi, è dirimente:
un sistema che funziona solo finché chi lo subisce regge, non è stabile. È sospeso.
Perché questo tipo di saggio ci interessa (editorialmente)
Non perché propone "la teoria definitiva".
Non perché promette soluzioni miracolose.
Ma perché intercetta una domanda che oggi torna in modo trasversale, anche fuori dai libri di economia:
esiste un limite oltre il quale il profitto diventa distruttivo per il sistema stesso?
Il testo insiste su un punto che spesso viene rimosso dal dibattito pubblico:
quando il livello minimo di vita viene eroso, la società non si adatta all'infinito. Reagisce.
E quella reazione — proteste, crisi, implosioni politiche — non è un incidente, ma una conseguenza.
È un ragionamento che attraversa esempi storici, dati sociali, sanità pubblica, lavoro, fino ad arrivare a una tesi semplice quanto impopolare:
senza giustizia ed equità, l'equilibrio non dura
Non è un caso che Teoria del Giusto Livello abbia ricevuto il Premio Speciale Piersanti Mattarella 2025.
Non come riconoscimento accademico astratto, ma come segnale di attenzione verso un lavoro che prova a rimettere al centro una domanda spesso rimossa: quale responsabilità hanno le scelte economiche sulla tenuta democratica e sociale di un Paese.
Premi di questo tipo non certificano una verità assoluta, ma indicano che il tema è vivo, attuale, e meritevole di essere discusso fuori dai circuiti ristretti degli addetti ai lavori.
Il criterio, non il libro
Qui è il punto che ci interessa davvero chiarire.
Quando scegliamo di lavorare su testi come questo, non stiamo dicendo:
"questa è la risposta giusta".
Stiamo dicendo:
questa è una domanda che vale la pena porre, oggi, con serietà.
Il valore di un saggio, per noi, non sta nel proclamare verità, ma nel costringere il lettore a riconsiderare ciò che dava per scontato.
In questo caso: l'idea che l'economia possa essere governata come un gioco astratto, separato dalle vite che incide.
In chiusura
Non tutti i libri devono piacere a tutti.
Ma alcuni libri servono a ricordare che dietro le formule, le strategie e i numeri, esistono persone reali.
E quando una teoria smette di tenerne conto, non fallisce solo sul piano etico.
Fallisce sul piano strutturale.
Questo, per noi, è un criterio editoriale.
Ed è da qui che partiamo, ogni volta che scegliamo cosa pubblicare.